Drammaturgia del quotidiano Fotos

2021

 


DRAMMATURGIA DEL QUOTIDIANO 2

Luzzara, aprile-maggio 2021

Nella sua prima Drammaturgia del quotidiano, nel 2005, Kai-Uwe Schulte-Bunert creava veri e propri set all’interno della città di Goerlitz in Germania per mettere in scena con attori professionisti alcuni di quegli attimi salienti che cambiano la vita - e che a teatro invece, innescano un racconto. Sovrapponendo quotidianità e finzione, la fotografia risultava uno strumento formidabile per portare l’attenzione su dettagli e relazioni minimali, in particolare quelli da cui indovinare cambiamenti potenziali.

Sedici anni dopo, il lavoro su Luzzara riprende quell’idea di scommettere sulla realtà quasi invisibile e tutt’altro che straordinaria del quotidiano. Con la loro disordinata e incontrollabile casualità, quei momenti che attraversiamo ogni giorno come fantasmi camminando per strada o fermi a un incrocio diventano così l’oggetto su cui puntare l’obiettivo.

Diversamente da quel primo lavoro, qui però non ci sono dietro né set, né attori, né tantomeno una sceneggiatura a cui attenersi. Il fotografo si apposta semplicemente con la sua camera in un qualsiasi giorno lavorativo in modo da inquadrare uno scorcio di paese composto come fosse la quinta su cui sta per andare in scena uno spettacolo. Non resta poi che attendere che si manifesti una situazione in cui i diversi elementi dell’immagine, architettura, oggetti, persone, mezzi di trasporto si trovano in una situazione tale da entrare in relazione tra loro. Che si tratti di una relazione di tensione, di armonia, o talvolta puramente cromatica, essa è sempre comunque frutto di una casualità cui solo l’istantanea fotografica può conferire uno status di esistenza.

Luzzara ne viene fuori così per quello che è, in un qui e ora in cui è impossibile non leggere qua e là elementi che l’attualità proietta sullo sfondo apparentemente sempre uguale di “un paese” e su un cielo terso e luminoso di primavera. Un sole e una natura mai così presenti nella loro magnificenza nelle foto di Schulte-Bunert - forse a ratificare la loro suprema indifferenza a ogni vicenda umana, a ogni affaccendarsi, a ogni virus.

Quasi straniante appare invece la presenza di camion e automobili. La loro minacciosa enormità rispetto alle strade strette che attraversano, accanto a persone, nuovi e vecchi cittadini, che camminano su esili o inesistenti marciapiedi, strade che non sono costruite per mezzi pesanti così come i canali di Venezia non sono pensati per le grandi navi, non può lasciare indifferenti verso le contraddizioni dei nostri giorni. L’ambiente intorno, la pianura, i campi appaiono inermi, come presi in ostaggio dalle contingenze e dalle conseguenze cui obbligano i consumi. Le persone impassibili, immerse nei brevi transiti senza significato da un capo all’altro della loro giornata.

Luzzara è di nuovo un paese: come nel 1953, nel 1973 e poi ancora nel 1993 e nel 2003, o in qualsiasi altro istante. Un titolo semplice e inesauribile, dove è l’articolo indeterminativo “un” a eleggere questa piccola realtà, che nulla ha di straordinario rispetto ad altre simili, ad emblema del piccolo centro di provincia. Luzzara è ogni paese, attraversato da contraddizioni in fondo analoghe, dalla stessa stanca umanità, dalla stessa luce primaverile. Si fotografa Luzzara per fotografare “una” realtà. Si guarda a Luzzara per specchiarsi “nella” realtà.

Con questo semplice uso dell’articolo indeterminativo Zavattini ha creato più di un semplice progetto, ha creato un format che invece di trovare uno sviluppo spaziale (nella prevista collana “Italia mia”), si rinnova con costante serialtà nel corso del tempo.

 

Stefania Carretti